Prendiamoci cura della Terra

Impensabili alleanze

Comunicare è una necessità che si riscontra anche nelle più semplici forme di vita. Solitamente si sviluppa tra individui della medesima specie o popolazione in forma non verbale, attraverso segnali visivi, olfattivi, elettrici od acustici. Più raramente forme di comunicazione possono instaurarsi anche tra specie differenti, attraverso fenomeni co-evolutivi di grande interesse biologico.

Nelle mie lezioni di Etologia non mancava mai, come esempio di comunicazione interspecifica, il riferimento agli Indicatori del miele, uccelletti che hanno evoluto una serie  di segnali acustici e visivi che, primariamente rivolti al tasso del miele, hanno poi coinvolto anche la nostra specie al fine di guidare, tasso o uomo, verso nidi di api e vespe selvatiche per sfruttarli  insieme a scopo alimentare.
Si tratta di una vantaggiosa sinergia (una simbiosi) in cui è l’indicatore a scoprire un nido d’api ed a guidarvi il mammifero perché rompa il favo selvatico, si nutra del miele, lasciandogli quanto avanza, disorientando e facendo disperdere le api con i loro pungiglioni, da lui non affrontabili.

Due parole sui primitivi attori della simbiosi.
Gli Indicatori fanno parte del gruppo dei picchi e sono presenti in gran parte dell’Africa con numerose specie. Tra di loro, il più noto è l’Indicatore del miele (Indicator indicator), un uccelletto delle dimensioni di un merlo sul cui comportamento l’adattamento evolutivo deve aver lavorato assai. È infatti un parassita di cova come il cuculo, non costruendo più un proprio nido e lasciando ad altri il gravoso compito delle cure parentali. Dall’unico uovo che rilascia nei nidi parassitati, nasce un piccolo che per i fratellastri è un vero flagello, riuscendo a disfarsene tirandoli via dal nido per mezzo si un cappuccetto corneo uncinato che  gli ricopre le due parti del becco, che poi perderà.
Una specializzazione dell’intestino tenue produce un secreto che gli permette di digerire la cera dei favi trasformandola in acidi grassi, utilizzabili come alimento (cerofagia). In questo sono aiutati anche da un micromicete ospite del loro intestino (Micrococcus cerolyticus). Infine hanno notevoli capacità olfattive come ben testimoniano i grossi bulbi olfattivi, del tutto inusuali per un uccello e che secondo alcuni lo aiuterebbero nel localizzare i nidi d’ape dall’odore della cera. Furono infatti i primi missionari ad attirare l’attenzione degli ornitologi raccontando che allorché accendevano sugli altari candele in cera d’api, ben presto arrivavano gli indicatori a beccarle.

Api e vespe fanno tuttavia i loro alveari in luoghi ben protetti e sono di conseguenza fuori dalla portata di un uccelletto. Cè dunque la necessità di farsi un alleato capace di penetrarvi ma anche disposto a dividere la preda, sennò che simbiosi è se il vantaggio non è reciproco?
Ecco entrare in gioco il “cacciatore senza paura”, ossia il Tasso del miele (Mellivora capensis), dove il miele è l’argomento di comune interesse delle due specie. Se l’indicatore è un uccello un po’ aberrante, questo tasso non ne è da meno!

Coraggio da vendere, dentatura da cui tenersi lontani, sempre in giro in cerca di cibo e ne sanno qualcosa le povere api di cui addenta i favi, famelico ed insensibile ai loro pungiglioni. Anche il morso di un cobra ha su di lui un effetto relativo e nulla teme dagli scorpioni, che i suoi piccoli già predano non appena usciti dalla tana dove sono cresciuti.
Iene e licaoni tentano di insidiarlo con attacchi di gruppo, ma sono più le volte che desistono, lasciandolo in pace dopo averne assaggiato il morso e le unghie affilate.
Adorno di una pelliccia elegante, nera nelle parti inferiori ma di un bell’argento al dorso ed al capo, ha una pelle così spessa e robusta che denti, pungiglioni ed aculei non riescono in pratica ad attraversare (Fig. 1).

Fig. 1 – Il tasso e l’indicatore intenti a far fuori un favo selvatico
(da Grzimek – Vita degli animali. Bramante Editrice, Milano).

Andare a chiedere a questi due quali siano i segreti della loro alleanza e quali i modi in cui riescono ad intendersi, non è cosa… fortunatamente l’uomo si è messo fra mezzo e con lui si riesce a parlare.

L’indicatore e l’uomo.
La tribù keniota dei Boran ha sviluppato un modo di comunicazione con l’indicatore, mostratosi recettivo a prenderla come partner in un ulteriore duetto simbiotico. I loro comportamenti incrociati sono stati studiati etologicamente, rilevando particolari del tutto sorprendenti.

Lo scambio simbiotico inizia con un componente della tribù che si aggira nei dintorni del villaggio fino ad incontrare un indicatore che, posato in alto su un albero, emette una serie di richiami ritmati a cui l’uomo risponde con un fischio stereotipo (Fig. 2).

Fig. 2 – Sonogramma dei richiami dell’indicatore durante una guida verso l’arnia (A) e dopo l’arrivo ad essa (B). La freccia indica il richiamo di risposta dell’uomo che accelera il ritmo di emissione dei richiami da parte dell’indicatore durante la guida quasi a dire “seguimi ancora”, ma non dopo l’arrivo, come a dire “siamo arrivati”.

L’indicatore reagisce accorciando il ritmo di emissione del richiamo, involandosi poco dopo in una direzione che, a posteriori, risulta correlata statisticamente con la posizione del nido che aveva scoperto, come mostrato nella figura 3A in cui è riportato il diagramma circolare di molte osservazioni delle direzioni di primo involo.

Fig. 3 – A: diagramma di svanimento in cui i simboli neri indicano le direzioni di primo involo dell’indicatore in test differenti. La direzione media risultante è statisticamente correlata con la direzione dell’arnia da raggiungere. B: Schema del tragitto di una guida verso l’arnia. L’entità dell’angolo α indica lo scostamento del primo involo rispetto alla direzione effettiva dell’arnia.

Nella figura 3B è mostrato un tipico schema di guida, costituito da voli successivi sempre richiamando ed attendendo di essere raggiunto dall’uomo che si mantiene in contatto vocale, emettendo il suo fischio.

Dalla figura 4, si vede invece il fatto più interessante: man mano che ci si avvicina al nido da predare, i voli sono sempre più brevi e l’altezza a cui si posa l’indicatore è più bassa, in un chiaro avvertimento che “ci siamo quasi”!

Fig. 4 – B: il diagramma indica come la distanza tra stop successivi del volo di guida diminuisca all’avvicinarsi della meta. C: egualmente si abbassa l’altezza a cui si posa l’indicatore all’avvicinarsi della meta.

A quel punto non resta all’uomo che guardarsi intorno e localizzare il nido a cui è stato così chiaramente condotto. Prenderà il suo miele affumicando e scacciando le api, lasciando a terra i residui del favo così che l’uccelletto possa banchettare con la cera delle cellette. Uova e larve non sembra lo interessino più di tanto, come si pensava un tempo. D’altronde il suo cibo usuale sono insetti catturati in volo, piuttosto che arnie da depredare guidandovi tassi o indigeni.

Infine ci si può chiedere chi insegna ai piccoli indicatori a fare tutto questo. La risposta appare assai semplice: i piccoli non avendo alcun contatto con i genitori biologici, non hanno da seguire che informazioni di stampo genetico istintuale…e che altro altrimenti?

Crediti
Autore: N. Emilio Baldaccini. Già Professore Ordinario di Etologia e di Conservazione delle risorse Zoocenotiche dell’Università di Pisa. Autore di oltre 300 memorie scientifiche su riviste internazionali e nazionali. Svolge attività di divulgazione scientifica. E’ coautore di testi universitari di Etologia, Zoologia Generale e Sistematica, Anatomia Comparata.