Gennaio, il mese in cui i rami degli alberi decidui ormai del tutto privi di foglie mostrano la loro struttura simile ad un frattale, mentre la flora mediterranea è impegnata nel suo costante rinnovamento del fogliame. Il mese in cui comincia un nuovo anno che eredita i frutti da quello precedente, dimostrando come la natura non interrompa i suoi cicli e quanto la divisione del tempo in mesi, settimane e giorni sia solo un bisogno convenzionale di noi uomini.
Per cominciare questo nuovo anno parleremo di due generi che, seppure “minori”, aiutano i mammiferi che non sono in letargo e l’avifauna stanziale o svernante a superare l’inverno.

Dell’Asparago selvatico (Asparagus acutifolius) della famiglia delle Asparagaceae, conosciamo bene i giovani germogli (turioni) che in primavera andiamo a raccogliere passeggiando per campi incolti e zone da poco (ahimé) percorse dal fuoco per farne frittate e gustosi contorni. Quelli che si salvano dalla nostra golosaggine evolveranno in fusti legnosi e rigidi arcuato-ascendenti, da cui si sviluppano foglie ridotte a minuscole squame membranacee speronate, spinose alla base dei fusti, sostituite per la funzione clorifilliana dai cladodi (rametti trasformati) che si sviluppano nella loro ascella. Sarà l’ascella dei cladodi ad ospitare i piccoli fiori giallo-verdi o bianco-verdastri, solitari o appaiati e solo apparentemente ermafroditi, visto che mostrano sia gli organi riproduttivi femminili che maschili ma si comportano come unisessuali: i fiori femminili sono caratterizzati da stami corti con antere sterili (staminodi) che non producono polline, mentre nei fiori maschili il gineceo è abortivo, sensibilmente più piccolo in rapporto ai tepali e non arriva alla fruttificazione. Il frutto, che contiene 1-3 semi, è una bacca sferica di circa 5-6 mm di diametro, verde, quasi nera a maturità. L’asparago fa parte di quelle piante munite di un particolare fusto sotterraneo, il rizoma, che ogni anno emette radici e fusti avventizi.
Questa specie, a impollinazione entomogama, è un suffrutice, cioè ha il fusto legnoso nella porzione basale e superiormente è erbaceo. È una specie tipicamente mediterranea, che difficilmente può superare i 2 metri d’altezza ed è presente in quasi tutto il territorio italiano fino a 1300 metri, comune soprattutto nelle regioni centro-meridionali, più rara o sporadica al nord.

Del genere Asparagus vogliamo ricordare anche l’Asparago bianco (Asparagus albus) ovviamente anch’esso della famiglia delle Asparagaceae e perenne, dai fusti legnosi che si rinnovano in primavera con turioni eretti teneri e verdi, anche questi commestibili. Dai fusti bianco-grigiastri flessuosi o zigzaganti si dipartono rami biancastri, cilindrici, eretti o riflessi che portano foglie trasformate in robuste spine, all’ascella delle quali spuntano i cladodi e i fiori.
In questa specie, al contrario della precedente, i fiori sono effettivamente ermafroditi e si avvalgono, come nella precedente, dell’impollinazione degli insetti.
Il frutto è una bacca globosa di circa 5 mm di diametro, inizialmente verde, poi rossastra e nera a maturità. L’asparago bianco si trova nel bacino occidentale del Mediterraneo, dalla Liguria alla Spagna e all’Algeria.
Il secondo genere che illumina con il rosso dei suoi frutti le giornate invernali più buie è Crataegus, della famiglia delle Rosaceae.
La prima specie a cui dedicheremo queste righe è il Biancospino selvatico (Crataegus laevigata). Questa specie, particolarmente studiata, ha una serie di sinonimi, quali Mespilus laevigata, Crataegus oxyacantha e Crataegus oxyacanthoides. È una pianta legnosa con portamento cespuglioso, spesso ramoso sin dalla base, che nel tempo può divenire un piccolo albero, con radice fascicolata, chioma globosa o allungata e fogliame deciduo. Il tronco sinuoso, dalla corteccia compatta, si divide in rami di colore bruno rossastro con abbondanti spine acute di 6-15 mm. Le foglie alterne sono semplici, ellittiche o obovate, cuneate alla base, con 1 o 2 lobi poco profondi per lato, triangolari e regolarmente dentellati.

Le infiorescenze sono disposte in corimbi apicali eretti, composti da 5-10 fiori ermafroditi costituiti da 5 petali bianchi di 1,2-1,5 cm con molti stami dalle antere rosse e 2 o 3 stili. I frutti (in realtà falsi frutti perché derivano dall’accrescimento del ricettacolo fiorale e non da quello dell’ovario) riuniti in grappoli, sono piccoli pomi ellissoidali di 8-10 mm di diametro, rossi, glabri che contengono 2 o 3 semi ossei di colore giallo-bruno.
Il Biancospino selvatico predilige le temperature miti, ma tollera bene anche il freddo invernale; indifferente al tipo di suolo, vegeta ai margini dei boschi di latifoglie, arbusteti, dalla pianura sino a 1.400 m di altitudine.
Fra i cespugli di Biancospino cresce un eccellente fungo commestibile primaverile Calocybe gambosa chiamato comunemente Prugnolo.
Presso siti risalenti al Neolitico sono stati rinvenuti semi dei frutti di Biancospino, il che fa presumere che i nostri progenitori li utilizzassero come alimento. Attualmente, essendo una pianta robusta ed adattabile a qualsiasi tipo di terreno, per la sua bellezza sia durante il periodo della fioritura che della fruttificazione, viene impiegata come ornamentale insieme ad altre sue congeneri.
Nelle culture greca e romana era una pianta fortemente simbolica, legata alle idee di speranza, matrimonio e fertilità. Le damigelle delle spose greche si ornavano di boccioli di Biancospino e le spose ne tenevano un ramoscello in mano. I romani deponevano le foglie nelle culle dei bambini per allontanare gli spiriti maligni.
In Gran Bretagna i fiori del Biancospino compaiono a maggio e per questo la pianta in inglese è chiamata mayflower fiore di maggio, come la nave che condusse in America i padri pellegrini.
Molto simile a questa specie è il Biancospino comune (Crataegus monogyna) che si differenzia per le foglie più profondamente lobate, con lobi acuti, la presenza di un solo seme nel frutto e l’habitat. Infatti il Biancospino comune preferisce terreni neutri o alcalini e ambienti aperti, mentre il Biancospino selvatico predilige terreni tendenzialmente acidi o subacidi e lo si trova spesso anche all’interno di boschi ombrosi.
Appartenente al genere Crataegus è anche l’Azzeruolo (Crataegus azarolus), una specie comunemente ritenuta originaria dell’Asia minore o dell’isola di Creta, che si sarebbe estesa come coltivata in tutta l’area del Mediterraneo e dell’Europa. Alcuni autori ritengono, invece, che le forme spontanee presenti nel nostro territorio siano da attribuire, oltre che ad inselvatichimento secondario dovuto alla dispersione dei semi ad opera degli uccelli, ad una distribuzione naturale antica e molto più ampia di quella sino ad ora considerata.

Questa specie della famiglia delle Rosaceae, che troviamo sui pendii collinari fino a 1.000 m di altitudine, è stata classificata con nomi diversi: Mespilus azarolus, Pyrus azarolus, Oxyacantha azarolus, Crataegus oxyacantha, forse a causa della diversità delle forme fra piante coltivate e piante selvatiche.
L’Azzeruolo è un piccolo albero o arbusto perenne, deciduo, con chioma espansa ed irregolare, arrotondata o piramidale. Cresce lentamente e raggiunge un’altezza compresa fra i 3 e gli 8 m; il tronco può essere eretto o un po’ sinuoso, i rami sono spinosi, la corteccia rugosa, opaca, grigiastra e solcata verticalmente. Le foglie sono alterne, decidue, coriacee, brevemente picciolate, ovato-rombiche, divise in 3-5 lacinie più o meno triangolari, la pagina superiore è verde scuro, quella inferiore verde chiaro.
I fiori, riuniti in corimbi eretti, hanno corolla pentamera composta da petali bianchi arrotondati, con 2-3 stili centrali e molti stami con antere di colore rosso-violaceo.
I frutti, che maturano da agosto a settembre ma che possono restare a lungo sulla pianta, sono pomi globosi, eduli, di colore dal giallo soffuso di rosso, all’arancio-rosso, al rosso; nelle piante selvatiche non superano il diametro di 2 cm, mentre in quelle coltivate possono raggiungere i 4 cm; la polpa interna è biancastra più o meno dolce e contiene generalmente 2-4 semi rivestiti da tegumenti legnosi.
L’azzeruolo allo stato selvatico è attualmente molto raro in Italia e a rischio di estinzione. Una volta veniva piantato in filari lungo le strade che portavano alle case di campagna e ai poderi. Le Azzeruole, simili a piccole mele, dal sapore paragonabile a quello delle mele o delle nespole, sino al secolo scorso erano oggetto di commercio in diverse zone d’Italia. Possono ancora oggi essere trovate in vendita nei mercati locali e nei negozi di primizie di alcune città.
Crediti
Autore: Anna Lacci è divulgatrice scientifica ed esperta di educazione all’ambiente e alla sostenibilità e di didattica del territorio. E’ autrice di documentari e volumi naturalistici, di quaderni e sussidi di didattica interdisciplinare, di materiali divulgativi multimediali.