Prendiamoci cura della Terra

Un capolavoro del cielo profondo

È uno degli oggetti celesti più affascinanti che impreziosiscono il cielo. Per osservare questa nebulosa in tutta la sua bellezza è necessario un buon telescopio, ma già con un binocolo abbastanza potente, sotto un cielo buio e lontano dalle luci della città, si può scorgere il suo tenue chiarore. Parliamo della Nebulosa dell’Aquila (M16) una nebulosa che si trova a circa 7000 anni luce da noi, in direzione della costellazione del Serpente, visibile nel cielo di agosto e settembre già dalle prime ore della notte, verso sud-ovest.

Naturalmente, la ripresa fotografica rivela molti più dettagli e sfumature cromatiche, dovute principalmente alla presenza di idrogeno (colore rosso) particolarmente abbondante nelle nebulose a emissione, dove la radiazione ultravioletta delle giovani stelle eccita il gas circostante. La tonalità azzurra, è prodotta dall’ossigeno ionizzato, mentre le regioni più scure sono dovute alla presenza di dense polveri interstellari, che assorbono e schermano la luce proveniente dagli astri retrostanti.
Il nome della Nebulosa dell’Aquila deriva dalla sua caratteristica forma simmetrica, che richiama la sagoma di un rapace con le ali spiegate e gli artigli in evidenza. Questi “artigli”, e qui veniamo al vero capolavoro del cielo, sono in realtà dense colonne di gas e polveri che si estendono all’interno della nebulosa e rappresentano regioni di intensa formazione stellare. Tali strutture si formano attraverso l’azione combinata della radiazione e dei venti stellari provenienti dalle stelle massicce vicine, che erodono il materiale circostante lasciando emergere le zone più compatte e resistenti. Poiché queste colonne sono più dense dell’ambiente circostante, evaporano molto più lentamente rispetto al gas diffuso che le circonda e riescono quindi a durare nel tempo.

Queste colonne denominate “Pilastri della creazione”, sono grandi strutture di gas e polveri scolpite dalla radiazione ultravioletta delle stelle giovani. All’interno dei pilastri sono stati individuati quelli che potrebbero essere gli embrioni di nuove stelle che stanno per accendersi (i cosiddetti Globuli di Bok).

All’interno di queste colonne interstellari, la densità del gas diventa così elevata che la gravità prende il sopravvento e provoca il collasso del gas in grumi sempre più piccoli. Man mano che sempre più gas si deposita, la temperatura al loro interno si alza a milioni di gradi fino a innescare reazioni di fusione nucleare nei loro nuclei e a “accendersi” come stelle. Foto G. Neccia

Questi pilastri rappresentano un processo estremamente dinamico e attivo. Il gas non viene semplicemente riscaldato e disperso passivamente nello spazio, ma subisce un’intensa ionizzazione, per effetto della radiazione ultravioletta emessa dalle stelle massicce vicine. Successivamente, il materiale viene ulteriormente modellato ed eroso dall’azione combinata della pressione di radiazione e dei venti stellari, costituiti da flussi di particelle cariche ad alta energia, che agiscono come una sorta di carta vetrata cosmica sulle sommità di queste strutture.

Nella straordinaria immagine che segue realizzata dal telescopio spaziale Hubble, e che rappresenta solo una piccola porzione della Nebulosa, si può notare bene il modellamento che subiscono queste strutture. È proprio in queste zone che nuove stelle stanno nascendo e contribuiranno a plasmare l’ambiente circostante con la loro energia e radiazione.

L’arancione, che scorgiamo in particolare nella parte alta della fotografia, rappresenta il tentativo della luce stellare di sfondare il muro di polvere: la luce blu viene assorbita, mentre quella rossiccia riesce a farsi strada tra i grani di polvere e a manifestarsi allo sguardo acuto di Hubble.
 Le strutture visibili in queste immagini corrispondono alle regioni a maggiore densità di gas e polveri, capaci di opporre una maggiore resistenza ai processi di fotoevaporazione e di erosione radiativa rispetto al materiale circostante meno denso.
L’immagine è stata ottenuta utilizzando nuove tecniche di elaborazione grafica e fa parte di una serie di immagini celebrative per i 35 anni di attività del famoso telescopio spaziale. Crediti: Esa/Hubble & Nasa, K. Nol

Nel lungo termine, tuttavia, anche queste strutture sono destinate a essere progressivamente erose e disperse dall’intensa attività delle stelle massicce presenti nella regione della Nebulosa Aquila.

Con un’altezza di circa 4-5 anni luce, i Pilastri della Creazione sono una formazione affascinante ma relativamente piccola dell’intera Nebulosa dell’Aquila, che si estende per 70 anni luce.

Ma lo spettacolo della nebulosa Aquila non finisce con i pilastri della creazione, al suo interno troviamo l’ammasso aperto NGC 6611. L’ammasso stellare ospita alcune migliaia di stelle con un’età media di circa un milione di anni, tra cui circa cinquanta stelle con masse superiori a dieci volte quella del Sole. La radiazione ultravioletta prodotta da queste stelle esercita un forte impatto sulla nube molecolare residua da cui si sono originate, contribuendo alla sua ionizzazione, erosione e progressiva dispersione.

Combinando immagini provenienti da due telecamere a bordo del telescopio spaziale NASA/ESA/CSA James Webb, ossia nel vicino infrarosso e nel medio infrarosso, vediamo incendiarsi questa regione di formazione stellare. Credits ESA/NASA

Oggi, M16 è uno degli spettacoli più intensi dell’intera galassia, ma non lo rimarrà per sempre. Entro pochi milioni di anni, la formazione stellare avrà esaurito o disperso la materia prima disponibile, e le stelle massicce che illuminano l’Aquila avranno concluso la loro breve vita, morendo in spettacolari esplosioni di supernova. Ma anche se la nebulosa non ci sarà più, la maggior parte delle stelle che vi si sono formate rimarranno. La progenie dell’Aquila “prenderà il volo” tra le centinaia di miliardi di stelle che compongono la nostra galassia.

La nebulosa è stata scoperta nel 1745 dall’astronomo svizzero Jean-Philippe Loys de Chéseaux.

Crediti
Autore: Giancarlo Neccia è astrofilo e astrofotografo dell’associazione “La via delle Stelle” di cui è vicepresidente. Gestisce a livello tecnico l’osservatorio “La via delle stelle” di Montelanico (Roma) e l’osservatorio Maurizio Cassandra di Carpineto Romano (Roma) dotato di telescopio Marcon da 400 mm.