“Nell’autunno par che il sole e gli oggetti sieno di un altro colore, le nubi di un’altra forma, l’aria di un altro sapore. Sembra assolutamente che tutta la natura abbia un tuono un sembiante tutto proprio di questa stagione più distinto e spiccato che nelle altre […]”. (Giacomo Leopardi, Zibaldone, LXXIV)
Il diario intellettuale di Giacomo Leopardi ci introduce alla stagione in cui la vita rallenta e immalinconisce. Dopo la gran luce dell’estate con i suoi verdi smaglianti, i ronzii e i canti alati, Ottobre ci prepara ai grigi e ai silenzi invernali con tappeti di foglie dai marroni spenti e gialli luminosi che, leggeri, coprono la terra perché cominci a covare i semi delle piante nasciture.
Come in settembre, moltissime sono le specie che regalano frutti in questo mese: serviranno ad aiutare mammiferi ed uccelli ad accumulare riserve per affrontare l’inverno.

Il Carrubo (Ceratonia siliqua) è certamente una delle specie che fornisce molte calorie ai mammiferi che hanno la fortuna di poter consumare i suoi frutti: le carrube. Per questo veniva anche coltivata come pianta da foraggio: si davano i suoi baccelli a cavalli, muli e ruminanti.
Il Carrubo è un robusto albero sempreverde appartenente alla famiglia delle Fabaceae, che può raggiungere dimensioni maestose; ha tronco tozzo e irregolare, da cui si dipartono rami alterni, ancorato al terreno da un robusto apparato radicale. La sua chioma fitta, come tutte le piante mediterranee, tende a “chiudersi” verso il terreno per ombreggiarlo ed evitare la crescita di erbe che possono consumare la scarsa acqua degli ambienti in cui vive. Anche le suefoglie persistenti, composte da un numero pari di foglioline di colore verde scuro, sono coriacee e lucide, utili ad evitare la disidratazione. I piccolissimi fiori, di colore verde-rossastro, sono in prevalenza unisessuali e in genere si trovano su piante diverse; raramente sulle piante maschili si possono trovare anche fiori bisessuali. Le api li amano molto e con il loro nettare producono un miele profumato. Le fioriture sono autunnali e i grossi frutticoriacei prodotti l’anno successivo dalle piante femminili sono legumi lunghi anche 20 cm dal sapore dolce; dapprima di colore verde chiaro, poi bruno violaceo e nerastri a maturità. I semi, di forma lenticolare, duri e lucidi, grazie alla loro uniformità di peso (1/5 di grammo) erano utilizzati, in passato, come unità di misura per metalli e preziosi. In arabo erano chiamati “‘qi-ra-t” cioè ventiquattresima parte, derivante dal greco “keration”; da qui l’origine del termine Carato, che ancora oggi è l’unità di misura dei preziosi.
Il Carrubo è una specie molto longeva originaria del bacino meridionale del Mediterraneo orientale e dell’Asia minore che si è esteso, anche con la coltivazione, a tutti i paesi della fascia più calda del Mediterraneo nell’orizzonte delle sclerofille sempreverdi.
Per secoli le carrube hanno sfamato i popoli del nord Africa e sino agli anni sessanta l’Italia era uno dei maggiori centri di coltivazione del Carrubo. Negli anni successivi la produzione ha subito un inesorabile declino. Esistono tuttora importanti carrubeti nel ragusano e nel siracusano; in queste zone sono ancora attive alcune industrie, che trasformano la polpa dolce delle carrube in semilavorati, utilizzati nell’industria dolciaria e alimentare, mentre la farina ricavata dai semi è impiegata anche come ingrediente di creme per uso cosmetico.
In Sardegna, dove tuttora si trovano numerosissime piante di Carrubo, un antico borgo in provincia di Cagliari si chiama Siliqua e sull’altipiano della Campeda vi è una regione detta Tilipera, nome che nel Logudoro si dà al Carrubo. A Gallipoli (LE), presso la masseria Pacciana, vive uno dei più antichi esemplari di Carrubo d’Italia. Su “Gli alberi monumentali del Salento” leggiamo “questo patriarca arboreo può datare più di 500 anni, con poco meno di 14 metri di circonferenza alla base…….“

Un’altra specie che possiamo definire nostra “cara amica” è il Nocciolo (Corylus avellana), della famiglia delle Betulaceae. Al contrario della precedente specie è decidua. Cresce in boschi, radure, siepi su terreni ricchi e freschi, sia silicei che calcarei. Comune in Italia, ma limitato nel meridione a stazioni umide e fresche al di sotto dei 1.500 m. È un arbusto alto 3-4 metri, che in alcuni casi può prendere forma di albero alto anche fino a 10 metri. Il suo apparato radicale forte ed espanso, provvisto di micorrize, lo rende adatto a vegetare in climi molto diversi e senza particolari esigenze di suolo. È specie ubiquitaria ad elevata capacità ricolonizzatrice di zone abbandonate dall’attività agro-pastorale. Ha chioma densa, rami eretti, allungati e flessibili. Le foglie sono alterne e tondeggianti, acuminate all’apice, con margine a doppia dentatura.
I fiori, che precedono la fogliazione primaverile, sono unisessuali: quelli maschili sono amenti penduli, di colore giallastro, ricchi di polline a diffusione anemofila; i fiori femminili, presenti sulla stessa pianta, sono poco appariscenti, a forma di gemma, provvisti di un breve ciuffetto di stimmi di color rosso vivo. Dei notissimi frutti che maturano in estate avanzata, non parlo. Li conosciamo ed apprezziamo tutti. I Noccioli vengono coltivati in tutto il territorio italiano. Famosi i noccioleti dei Nebrodi in Sicilia, dei Monti Cimini nel Lazio, delle Langhe piemontesi, ma soprattutto dei Monti Picentini e nell’avellinese in Campania. Tanto che il nome del capoluogo di questo territorio, Avellino, deriva direttamente dal nome di questa fantastica specie. Sull’uso delle nocciole dirò solo due parole: gianduiotti e Nutella…

Dopo questi due peccati di gola (sono certa che appena lette le due parole siete corsi a gustare almeno un gianduiotto) parliamo di tre specie strettamente imparentate: il Ginepro comune (Juniperus communis), il Ginepro fenicio (Juniperus phoenicea) e il Ginepro ossicedro (Juniperus oxycedrus), tutte appartenenti alla famiglia delle Cupressaceae.

Le tre specie sono arbusti o piccoli alberi perenni e sempreverdi, che si adattano al tipo di ambiente passando dalle forme quasi colonnari delle piante maschili del Ginepro comune a piante quasi striscianti, soprattutto nel fenicio e nell’ossicedro. Le tre specie sono piante pioniere: troviamo il Ginepro comune nelle aree interne, dal piano ai 3.500 metri s.l.m., mentre le altre due specie preferiscono quelle costiere, sia rocciose che sabbiose. In particolare troviamo il Ginepro ossicedro fin sulle dune ancora mobili. Come possiamo notare dalle foto, il Ginepro comune e l’ossicedro hanno foglie aghiformi lanceolate ad apice acuto e pungente, mentre nel Ginepro fenicio sono squamiformi e densamente embriciate.
Le tre specie sono dioiche, hanno cioè fiori maschili e femminili, di aspetto tutto sommato insignificante, su piante diverse. I frutti delle tre specie, detti galbule o coccole, di 4-5 mm, in realtà sono falsi frutti che derivano dalla modificazione carnosa delle brattee apicali.

Fondamentale la differenza fra il Ginepro comune e gli altri due per quanto riguarda la commestibilità. I frutti del comune possono essere utilizzati sia in cucina che per confezionare il Gin, mentre le altre due specie sono classificate come specie officinali tossiche.
Questo mese diamo spazio, in via del tutto eccezionale, anche ad una specie non del tutto autoctona. Endemico nella penisola balcanica, l’Ippocastano (Aesculus hippocastanum) fu introdotto in Italia nel 1557 dal senese Pietro Andrea Mattioli e successivamente coltivato come albero ornamentale nei parchi e lungo i viali in quasi tutto il territorio, specialmente in Italia settentrionale e centrale, poi casualmente naturalizzato. È un albero deciduo appartenente alla famiglia delle Sapindaceae alto fino a 15-20 metri, dal tronco robusto, eretto, molto ramificato dalla chioma densa, tondeggiante o piramidale. Le foglie, larghe fino a 20-30 cm, sono opposte, picciolate, palmate, formate da 5-7 foglioline oblanceolate a margine irregolarmente dentato con apice acuminato. I fiori bianchi, spesso sfumati di rosa o giallo, sono ermafroditi, profumati e disposti in ampie pannocchie (fino a 20 cm) coniche, terminali ed erette. L’impollinazione è entomofila, ovvero si avvale del lavoro degli insetti. Il frutto è una grossa capsula a tre valve, coriacea, verdastra, munita di aculei pungenti, contenente grossi semi bruno-lucenti, simili alle castagne.

L’ippocastano è rustico, tollera le basse temperature e non ha particolari esigenze in fatto di substrato. È però poco resistente alla salinità del suolo e preferisce terreni umidi, fino a 1300 m s.l.m.
È una specie officinale che trova innumerevoli impieghi in fitoterapia. Mentre i frutti macinati sono impiegati come sfarinati per mangimi ad uso zootecnico, consumati freschi sono invece velenosi per l’alto contenuto di saponine.

Chiudiamo la rassegna di questo mese con una pianta acquatica: la Castagna d’acqua (Trapa natans). Questa specie annuale, appartenente alla famiglia delle Lythraceae, ama le acque stagnanti, ricche di nutrienti, neutre o leggermente acide, dove la temperatura non vada al di sotto di 0°, come laghi, canali e stagni che si trovano fino a 300 m s.l.m. È una pianta acquatica galleggiante, non ancorata al fondo e priva di vere radici. Infatti nei rari casi in cui si radica al fondo melmoso lo fa con radici avventizie. Il fusto è lungo sino a 2 metri. Le foglie inferiori e sommerse, sono lanceolato-lineari e brevemente picciolate, mentre le foglie all’apice del fusto sono galleggianti, rombiche e portate da piccioli fusiformi rigonfi che contengono un tessuto aerifero e fungono da galleggianti, sorreggendo in superficie tutta la pianta. I fiori nascono all’ascella delle foglie della rosetta, sono solitari, hanno calice verde persistente e corolla con petali bianchi. Il frutto è una pseudodrupa di 2-4 cm, bruno nerastra, a forma di trottola e dall’aspetto variabile, generalmente con 4 piccole espansioni spinose simili a coni, talvolta intercalate da 4 coni più piccoli, oppure ridotti a 2. I frutti a maturità si piegano sotto il pelo dell’acqua, staccandosi dallo stelo e cadendo sul fondo. In primavera origineranno un cotiledone da cui si spunteranno il fusticino e la radice; quest’ultima all’inizio sarà orientata verso l’alto, poi ripiegherà verso il suolo, dove resterà ancorata grazie alle spine di cui era provvisto il frutto, che dopo un certo tempo si staccherà dalla pianta per galleggiare in superficie.
La Castagna d’acqua è commestibile. Era apprezzata come nutrimento sin dal neolitico, come testimoniano i resti di gusci ritrovati in siti preistorici degli insediamenti lacustri. Il frutto si può mangiare crudo, arrostito o bollito, proprio come le castagne, ed è possibile ricavarne una farina. Le “castagne” sono state, nei secoli passati, fonte di nutrimento sia per l’uomo che per gli animali. Oggi vengono considerate una raffinatezza culinaria legata alle tradizioni popolari regionali. Le piante costituiscono per gli avannotti fonte di cibo e di riparo.
Crediti
Autore: Anna Lacci è divulgatrice scientifica ed esperta di educazione all’ambiente e alla sostenibilità e di didattica del territorio. E’ autrice di documentari e volumi naturalistici, di quaderni e sussidi di didattica interdisciplinare, di materiali divulgativi multimediali.