Prendiamoci cura della Terra

Capperi!

Fioritura di Cappero (Capparis spinosa L. 1753). Foto Maria Beatrice Lupi.

Capperi! Mai un’espressione di piacevole sorpresa e meraviglia fu più appropriata, così come  lo stupore suscitato dalla magnificenza e dall’eleganza del cappero in fiore.
Il cappero (Capparis spinosa L. 1753) appartiene alla famiglia delle Capparaceae.
È una pianta tipicamente mediterranea, presente nelle zone centro meridionali della penisola e nelle isole. Molto rustica, con limitatissime esigenze idriche, riesce ad adattarsi perfino a piccoli areali della Pianura Padana e in quelle zone che riescono a garantire condizioni calde e soleggiate. Cresce spontaneamente solo su substrati calcarei dalla pianura fino ai 1000 m. di altitudine. Lo troviamo ricadente da mura vetuste, sulle vecchie case dei centri storici, abbarbicato nelle spaccature delle rocce, sulle falesie e sulle rupi costiere del mediterraneo; ama il caldo, l’aria asciutta, il terreno pietroso.

Piante di Cappero (Capparis ovata) su una scogliera di San Domino, Isole Tremiti. Foto di Anna Lacci.

È un piccolo arbusto perenne con radice legnosa, fusto subito ramificato, legnoso alla base e rami spesso molto lunghi, prima eretti e poi ricadenti o striscianti.
Le foglie sono di colore verde e hanno una consistenza carnosa; sono alterne e presentano ai lati del picciolo, due stipole trasformate in spine. La forma della lamina è ovale con margine liscio. I fiori, bellissimi, sono inseriti con un lungo peduncolo all’ascella delle foglie superiori. Sono molto vistosi ma effimeri, durano un solo giorno; sono composti da quattro sepali verdi e da quattro petali bianchi con numerosi e lunghi filamenti staminiferi rosso violaceo. Fioriscono da maggio a settembre con una  produzione scalare:  man mano che gli apici dei rami crescono, si formano i boccioli, che vanno a fiorire entro quattordici giorni. I boccioli sono quelli che non chiamiamo comunemente Capperi. 

Disegno scientifico della pianta del Cappero.

I frutti, chiamati cucunci, sono bacche non carnose, piriformi, prima verdi, poi, a maturazione, rossicce, contenenti numerosissimi semi immersi in una sostanza gelatinosa molto apprezzata da formiche,  ma soprattutto da gechi e lucertole. Questi, avvicinandosi ai frutti maturi spaccati, ne spargono i semi, passati indenni attraverso il loro apparato digerente, nelle crepe dei muri o tra le pietre di vecchi muretti a secco favorendo la disseminazione. L’attecchimento del seme di cappero però non è facile. Deve arrivare tra le pietre in profondità  e trovare un posto adatto per germogliare con l’umidità necessaria alla crescita della radice.

Frutti di Cappero (cucunci) ancora acerbi. Foto di Anna Lacci.

Usi, storie e tradizioni

Il nome del Cappero deriva dall’arabo “kabar”, i greci lo trasformarono poi in κάππαρις, i romani invece che sembra lo usassero nella preparazione del garum, lo chiamavano cappăris.
Il  cappero è infatti presente nelle regioni mediterranee e qui coltivato per usi medicinali e alimentari fin dall’antichità.
Alla pianta si attribuivano proprietà medicinali, cosmetiche e afrodisiache, per questo viene citato già nella Bibbia (Ecclesiaste XII:5) e successivamente da Aristotele (IV sec. A.C.) e da Dioscoride (I sec. D.C.). Sempre Dioscoride e Galeno, medico del II sec. D.C., indicano il cappero come ottimo diuretico e contro il mal di denti. La medicina naturale del tempo usava un infuso a base di radici di cappero e di germogli come antireumatico e per lavare ulcere e ferite.
Gli antichi Romani, come già detto, apprezzavano molto i capperi, ne facevano anche un vino medicato lasciando macerare per circa due mesi i boccioli con bacche di ginepro.
Plinio il Vecchio addirittura li distingueva secondo la provenienza: quelli egiziani erano i capperi migliori, quelli Africani causavano danni alle gengive, mentre quelli Pugliesi erano lassativi.
Gli arabi, invece oltre a un largo  uso alimentare, usavano il cappero in medicina preparando, tra l’altro, tisane antidepressive con la corteccia della sua radice.

Per quanto riguarda l’uso alimentare, le parti commestibili sono le parti aeree più tenere della pianta di cui si consumano i boccioli, detti comunemente capperi, raccolti entro i cinque giorni di vita e i frutti, noti come cucunci o capperoni. Entrambi si conservano sotto sale, sotto aceto o sott’olio. Una volta raccolte e sbollentate si consumano anche le foglie in insalata con altre verdure. 

Capperi sotto sale. Foto di Francisco de la Carrera, da Pixabay.

Nell’isola di Santorini, nell’arcipelago delle Cicladi in Grecia e in altre località del Mediterraneo, le piante di cappero vengono coltivate esclusivamente per la raccolta degli apici dei germogli detti capasciuzzi.
I capperi possono essere lasciati macerare in vino in modo da ottenere un rimedio considerato afrodisiaco; dalla macerazione in olio d’oliva, si ricava un unguento dermoprotettivo che può essere usato contro l’invecchiamento della pelle, come protettivo dai raggi solari, e per alleviare prurito e gonfiore causati dalle punture d’insetti. I boccioli macinati e spalmati sulla pelle possono essere usati invece come maschera sbiancante contro la vitiligine e la couperose.
Tutta la pianta intensamente profumata, contiene flavonoidi con azione antiossidante, antinfiammatoria e immunoprotettiva (quercetina e rutina), capparirutina (un glucoside amaro con proprietà diuretiche), vitamine A, B1 e B2, acido pantotenico, acido ascorbico e pectine.
Attualmente  la coltivazione del Cappero ha un ruolo importante nell’economia di alcune regioni poiché la pianta cresce anche in zone dove difficilmente altre colture riuscirebbero a sopravvivere  e non necessita di alcun trattamento o concimazione. La produzione nazionale di Capperi  di altissima qualità proviene per il 90% dalle isole Eolie e da Pantelleria e va a coprire il 45% del fabbisogno. Particolarmente pregiati, i Capperi di Pantelleria che dal 1993 hanno ottenuto il  marchio IGP (Indicazione Geografica  Protetta).

Crediti
Autore: Maria Beatrice Lupi. Naturalista, esperta in formazione, progettazione per lo sviluppo sostenibile, metodologie partecipative e progettazione europea. Attualmente si occupa di divulgazione e di educazione alla sostenibilità.