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La misteriosa anguilla

Anguilla anguilla – Foto di GerardM.

Le anguille crescono nelle acque dolci di fiumi e laghi ma si riproducono negli oceani. Se ne conoscono diverse specie, tutte assai simili tra loro, sia in Atlantico che nel Pacifico, capaci di muoversi per migliaia di chilometri, con sistemi di migrazione tra i più complessi che sia dato conoscere. Le due specie atlantiche hanno un centro di riproduzione comune situato nel caraibico Mar dei Sargassi e da qui parte la migrazione verso le acque dolci europee e nordamericane, dove trascorreranno un lungo periodo di crescita per ritornare successivamente al punto di partenza.

Il primo spostamento lo compiono come larve, muovendosi entro la Corrente del Golfo verso le coste che vanno dalla Norvegia al Marocco, ovvero entro quella del Labrador verso il continente nordamericano. Una dicotomia ambientale e genetica che differenzia le due popolazioni, note come Anguilla anguilla ed Anguilla rostrata rispettivamente. La larva ha un aspetto simile ad una tenue e trasparente foglia lanceolata, lunga alcuni centimetri, che si lascia trasportare per un periodo che arriva a tre anni per la specie europea, assai meno (circa un anno) per la nordamericana.

Anguilla rostrata – Immagine di Ellen Edmonson and Hugh Chrisp, Public domain.
Anguilla anguilla – da Pixabay

Arrivate al margine continentale, le larve vanno incontro ad una prima metamorfosi,  trasformandosi gradualmente in diafane anguilline, note con il nome vernacolare di cieche. All’inizio dell’autunno le cieche si presentano alla foce dei fiumi iniziandone la risalita (montata). Man mano si pigmentano, assumendo alfine la tipica colorazione bruno-giallastra da adulto (le gialle), distribuendosi nei più vari corpi d’acqua per un periodo di crescita ponderale e dimensionale che può durare fino a 10-18 anni.

Dopo un tale periodo di tempo subiscono una seconda metamorfosi connessa con la preparazione alla migrazione di ritorno. La pelle si inspessisce arricchendosi di cromatofori riflettenti (guanofori) che conferiscono al ventre un colore argenteo (le argentine); la pinna dorsale si fa più alta, l’occhio quasi raddoppia in diametro mentre l’intestino finisce per atrofizzarsi. Allora l’anguilla, spinta da una irresistibile pulsione, è pronta per la fase di calata verso il mare e per il lungo viaggio verso il Mar dei Sargassi. Qui si riprodurrà, finendo in quelle acque il proprio ciclo vitale. Nessun successivo viaggio, nessuna ulteriore notizia su dove gli adulti trovino il loro ultimo rifugio.

Il ciclo vitale delle anguille

Per la biologia marina, l’acquisizione di queste informazioni ha significato un lungo percorso di ricerca dai risvolti vagamente epici. Nota ed apprezzata da tempo immemore, nessuno aveva idea di dove e come si riproducesse, tanto che Aristotele affermava che non avesse sesso, propendendo per una “generazione spontanea”, fatto a lungo supposto anche dalla scienza dei secoli successivi. Plinio il vecchio vagheggiava di uno sviluppo da pezzi di pelle che l’anguilla perdeva sfregandosi con il fondo e di fatto nessuno fino al 1700 aveva mai trovato anguille in stato di maturità sessuale, né si conosceva l’ubicazione di ovari e testicoli. Solo due le descrizioni di un supposto ovario ad opera dell’accademico patavino Antonio Vallisneri  (1733) e del medico bolognese Carlo Mondini (1783) su esemplari provenienti dalle lagune di Comacchio, sebbene  Lazzaro Spallanzani, che inutilmente ne aveva sezionate a decine sia ad Orbetello che a Chioggia, ne mettesse in dubbio la veridicità. I così detti capitoni, grosse anguille argentine in fase di calata verso il mare, non presentano infatti ghiandole riproduttive mature. Anche i più recenti lavori confessano che molto poco è ad oggi noto dello stadio riproduttivo delle anguille “because sexually mature eels have never been caught alive in the wild” (Durif e coll., 2021).

Lo Spallanzani sapeva tuttavia dalle seicentesche osservazioni a bocca d’Arno di Francesco Redi, che le giovani cieche rimontavano quel fiume in autunno a migliaia (tanto da costituire un celeberrimo piatto della cucina pisana: le “cee alla salvia”) mentre individui adulti lo discendevano come argentine nelle illuni notti di primavera. Cosa ci fosse prima e dopo era buio completo. Spallanzani, coniugando con l’acume che gli era congeniale le scarse e contradditorie conoscenze dell’epoca, giunse chiaramente ad una conclusione rivelatasi solo un secolo più tardi come azzeccata: le anguille non potevano che riprodursi in mare raggiungendolo con la fase di calata del loro ciclo vitale  e riguadagnando le acque dolci con la montata delle cieche.

Nel 1856 il tedesco Knaup aveva descritto, su esemplari pescati nello Stretto di Messina, un diafano pescetto lanceolato dandogli il nome di Leptocephalus brevirostris, senza individuare alcun legame di affinità con le anguille. Che il leptocefalo fosse in realtà la forma larvale dell’anguilla fu merito di due ricercatori italiani, Giovan Battista Grassi e Salvadore Calandruccio nel 1896. Anch’essi lavoravano a Messina, dove le correnti dello stretto portano in superficie le più diverse specie di fondo; allevando in acquario i leptocefali riuscirono a seguirne la metamorfosi sino allo stadio di cieca, verificandone la correlazione anatomica con gli adulti dell’anguilla. Un tassello fondamentale della storia naturale di questa specie era stato dunque collocato al suo posto.

La riproduzione avveniva dunque in mare, ma dove? I leptocefali a questo punto costituivano il filo conduttore per risalire alle aree di riproduzione, cosa non facile vista la loro grande distribuzione nei mari. Si dovette attendere ancora del tempo finchè il ricercatore danese Johannes Schmidt, intraprese una lunga serie di ricerche in Atlantico. Animato da ammirevole ostinazione e non lasciandosi vincere dagli insuccessi, con l’aiuto di reti finissime trascinate dalle navi Thor e Dana, riuscì a ricostruire una mappa dei movimenti dei leptocefali in mare aperto. Le loro dimensioni divenivano sempre minori man mano che dalle coste del Mare del Nord ci si avvicinava all’arcipelago caraibico delle Bermuda, dove pescò quelli più piccoli. Era dunque là che le anguille europee avevano il loro centro di riproduzione, giusto al margine settentrionale del Mar dei Sargassi ad una profondità di 200-300 metri, al di sopra di una fossa abissale di oltre 5000 metri. Con un celeberrimo articolo, Schmidt comunicava all’Accademia Reale di Londra nel 1922 dove si riproducessero le anguille atlantiche. Un mistero era finalmente risolto!

Le ricerche di Schmidt furono in seguito perfezionate e confermate da numerose osservazioni, portando a scoprire anche i centri di riproduzione delle specie del Pacifico ad opera sopratutto di biologi giapponesi.

Un fato avverso, a cui le condizioni di inquinamento dei fiumi e degli stessi oceani non sono certo estranee, ha messo oggi in forte pericolo di estinzione l’anguilla europea, il cui stato è definito come “in pericolo critico” (critically endangered). Per questo le ricerche su di essa si sono moltiplicate al fine di individuare possibili metodologie gestionali adatte ad una sua ripresa popolazionistica. Un gruppo di biologi norvegese, di cui fa parte anche il nostro Alessandro Cresci, ha cercato di rispondere ad una fondamentale domanda per una specie migratrice: quali siano i parametri ambientali capaci di guidare il suo viaggio (Durif e coll., 2021), fatto su cui non esiste al momento alcuna ipotesi di lavoro. Terra incognita.

Come detto, lo spostamento iniziale dei leptocefali avviene con l’aiuto della Corrente del Golfo che li porta verso le coste europee. Gli adulti in ritorno non possono godere di questo trasporto e debbono compiere uno spostamento autonomo orientato verso sud-ovest, essendo il Mar dei Sargassi ad una latitudine inferiore all’Europa. Le ipotesi del gruppo norvegese si basano sulla supposta esistenza di un “imprinting” sul luogo caraibico di nascita, in modo analogo a quanto fanno i salmoni nel riguadagnare, dopo la migrazione giovanile in mare, il corso del fiume natio per riprodursi. Imprinting che nel loro caso si basa su stimoli olfattivi. Nel caso dei leptocefali, il fattore di imprinting proposto sarebbe basato sulla percezione e memorizzazione del valore di intensità/inclinazione magnetica nell’area di nascita. Durante lo spostamento dovrebbero invece percepire e seguire il gradiente di variazione del parametro intensità magnetica ed in particolare quello di inclinazione. Quest’ultimo parametro varia in modo continuo e predicibile dall’equatore, dove ha valore minimo (inclinazione pari a 0°) al polo nord, dove assume quello massimo (inclinazione pari a 90°). I leptocefali dovrebbero dunque seguire un aumento del parametro inclinazione nel viaggio di andata. Più tardi gli adulti ritraccerebbero la via magnetica seguendo un gradiente di valore decrescente di intensità/inclinazione.

Isolinee delle intensità geomagnetiche totali tracciate ogni 1000 nanotesla (a) e dell’inclinazione tracciate ogni 2° (b), calcolate per l’anno 2014. La distribuzione geografica (fonte IUCN) e le aree di deposizione delle uova sono rappresentate nei riquadri verdi e arancioni di Anguilla rostrata e Anguilla anguilla rispettivamente. I punti rappresentano le raccolte di larve di leptocefalo (fonte dati: database ICES Eggs and Larvae). La dimensione dei punti è proporzionale alla lunghezza delle larve (3-88 mm). Anguilla rostrata è stata registrata in Sud America ma la sua presenza è rara. Le frecce grigie rappresentano le principali correnti nell’Oceano Atlantico (AC, Corrente delle Azzorre; FCC, Controcorrenti frontali; GS, Corrente del Golfo; NAC: Corrente del Nord Atlantico). Da Caroline M. F. Durif et al., 2021)

La possibilità di leggere il parametro inclinazione è da tempo nota per gli uccelli migratori, che vi basano il funzionamento della propria bussola; viene invece proposta per la prima volta per un pesce come l’anguilla, specie in ogni caso sensibile ai campi magnetici, come dimostrato sempre dal gruppo norvegese, per controllare una data direzione di spostamento (Cresci e coll., 2017). I leptocefali seguirebbero le isolinee di intensità di inclinazione crescente nel primo viaggio, gli adulti discenderebbero invece in seguito tale gradiente magnetico.

Per adesso è solo una ipotesi di lavoro, se si rivelasse giusta sarebbe la risposta ad una domanda di estrema importanza per progredire nella conoscenza del comportamento di una specie che ha intrigato per secoli il lavoro dei curiosi della natura.

Bibliografia:

Durif Caterine e coll., 2021 – An unifying hypothesis for the spawning migration of the temperate anguillid eels. Fish &Fisheries. https://doi.org/10.1111/faf.12621

Cresci Alessandro e coll., 2017 – Glass eels (Anguilla anguilla) have a magnetic compass linked to the tidal cycle. Science Advances. https://doi.org/10.1126/sciadv.1602007

Crediti:
Autore: N. Emilio Baldaccini. Già Professore Ordinario di Etologia e di Conservazione delle risorse Zoocenotiche dell’Università di Pisa. Autore di oltre 300 memorie scientifiche su riviste internazionali e nazionali. Svolge attività di divulgazione scientifica. E’ coautore di testi universitari di Etologia, Zoologia Generale e Sistematica, Anatomia Comparata.

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