Prendiamoci cura della Terra

Darwin e i casi della falena e del pescatore

I meccanismi che regolano l’alternarsi delle specie sul nostro Pianeta vengono spesso descritti come un’eterna “lotta per la sopravvivenza”. Chi ha letto con attenzione Darwin sa che non è così.
E’ la parola “lotta”, tanto cara alla mentalità guerrafondaia della nostra specie, che poco ha a che fare con l’origine e l’alternanza delle diverse specie nei differenti e mutevoli habitat che compongono la Terra. E’ vero, la rete alimentare che collega le specie, rendendo ciascuna preda di alcune e predatrice di altre, è solo apparentemente violenta: le specie animali sopravvivono non solo in base alla loro abilità di sfuggire ai predatori, ma soprattutto alla loro capacità di adattarsi agli innumerevoli fattori che in quel momento regolano l’ambiente in cui vivono.

Falena delle betulle (Biston betularia). Foto Di Siga [CC BY-SA 4.0], da Wikimedia Commons.

Didascalico il famoso caso della Falena delle betulle (Biston betularia).
La falena è bianca punteggiata di chiazze scure. Questa colorazione le permette di mimetizzarsi agli occhi degli uccelli, suoi predatori naturali, perché simile ai licheni crostosi che crescono sui tronchi delle betulle di cui è ospite.
Nell’Inghilterra della seconda metà del ‘700 l’inquinamento generato dall’uso del carbone nelle fabbriche portò ad una forte riduzione dei licheni. Uno strato di fuliggine coprì gli alberi vicini alle aree industrializzate. A seguito di questo fenomeno antropico, in quelle aree si assistette alla comparsa di falene scure punteggiate di bianco, che a loro volta cominciarono a scomparire a partire dal 1950, anno in cui venne promulgata una legge che, contrastando l’inquinamento dell’aria, permise la ricomparsa dei licheni sui tronchi degli alberi e quindi la ricomparsa delle falene chiare.

In questo caso il fattore selettivo è evidentemente costituito dagli uccelli, che inizialmente predavano la falena chiara sui tronchi anneriti dalla polvere di carbone e poi la falena scura sui tronchi privi di fuliggine.
La possibilità di cambiare la colorazione non è dipesa, ovviamente, dalla espressa volontà della falena, ma dalla sua genetica: la falena ha geni che esprimono il colore scuro ed altri che esprimono quello chiaro in misura bilanciata; il fattore selettivo, essere distinguibile dal substrato, decide quale delle due colorazioni sarà più al sicuro dalla predazione e quindi quale sopravvive.
La Biston betularia non ingaggia alcuna “lotta”: si limita ad esistere e a riprodursi. Sarà l’interazione fra l’ambiente e la capacità di espressione dei suoi geni a determinare l’aspetto degli individui di questa specie.

Salendo in quella che, impropriamente, viene ancora definita scala evolutiva, le questioni si complicano. Con i vertebrati si cominciano ad avere forme di comunicazione che diventano sempre più complesse. Ai fattori genetici ed ambientali si affiancano anche quelli culturali, che nella nostra specie pervadono tutti gli angoli della vita personale e sociale. Le forme di comunicazione in Homo sapiens sapiens, specie sociale e gerarchica, diventano particolarmente articolate e complesse.
Nel caso di vertebrati come uccelli e mammiferi sociali, quando individui della stessa specie nutrono un interesse per le stesse risorse, possono scoppiare conflitti in grado di provocare vittime.
Nonostante la popolarità della metafora della lotta per la sopravvivenza, è necessario riconoscere che i costi associati alla competizione aperta sono elevati. La dipendenza degli animali sociali dalla vita comunitaria  rende l’aggressione una strategia socialmente costosa. Tanto che gli individui in un gruppo sociale hanno bisogno di andare d’accordo persino con gli individui con i quali devono competere. Il mantenimento di queste relazioni ha un grande valore, anche se il conflitto di interessi rimane una caratteristica essenziale della vita di gruppo.
In questo senso, anche se la nostra specie è in grado di causare, sia al suo interno che verso le altre specie, i conflitti più sanguinosi, sappiamo che trovare dei punti di mediazione in genere rappresenta la soluzione più conveniente.

Nei primi cinque anni di gestione (2000-2005), nell’Area Marina Protetta di Torre Guaceto, a pochi chilometri da Brindisi, è stata vietata la pesca per consentire la rigenerazione degli stock ittici.
Questo non riempì di gioia i pescatori di quell’area, che nel divieto di pesca vedevano solo un danno immediato alla loro economia. Si può facilmente intuire come la novità abbia generato un aspro conflitto fra gli interessi di chi voleva proteggere i preziosi ecosistemi marini e costieri e chi voleva continuare a pescare.
Nel 2005, per porre fine alle incursioni notturne dei pescatori nell’area protetta, è stato steso un accordo di pesca condiviso tra ricercatori, pescatori e soggetto gestore. L’accordo consentiva la modifica della pesca in base ai risultati dei monitoraggi sugli stock ittici. L’accordo è poi diventato un regolamento, che attualmente consente di pescare legalmente in area protetta un giorno alla settimana con reti di massimo 3 cm, in cambio del rispetto assoluto del divieto negli altri giorni.
Il riposo dell’ecosistema marino e l’assenza di disturbo nei giorni in cui nessuno ne viola le acque, hanno determinato un incremento del pescato sia in termini qualitativi che quantitativi. Il giorno di pesca più abbondante ha avvantaggiato economicamente i pescatori che hanno accesso all’area protetta.
Inoltre, l’aumentata capacità rigenerativa della zona sottoposta a tutela ha determinato un aumento degli stock ittici anche nelle aree adiacenti non protette, sottoposte a sfruttamento quotidiano.

Foto Helena Volpi da Pixabay

La “spinta gentile” che l’AMP di Torre Guaceto ha rivolto ai pescatori brindisini è stata tanto efficace che in questo momento presso il MITE c’è, con il pieno accordo dei pescatori delle aree adiacenti, la richiesta di estendere l’Area Marina Protetta  a tutta la Zona Speciale di Conservazione. L’AMP quindi, passerebbe, con una richiesta sottoscritta da tutti i pescatori, da 2000 a 7000 ettari.

Nota: Per chi si volesse documentare sul concetto e la filosofia della “spinta gentile”, raccomandiamo https://www.ireneivoi.it/

Crediti
Autore: Anna Lacci è divulgatrice scientifica ed esperta di educazione all’ambiente e alla sostenibilità e di didattica del territorio. E’ autrice di documentari e volumi naturalistici, di quaderni e sussidi di didattica interdisciplinare, di materiali divulgativi multimediali.

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