In Italia esistono oggi due differenti popolazioni di questo Carnivoro, che però di carne ne mangia assai poca preferendo di gran lunga menù vegetariani. Se poi guardiamo al passato, di popolazioni di orso se ne sono da noi succedute anche di più, con specie che hanno percorso gran parte del Pleistocene, ad iniziare dalla sua parte più antica (Villafranchiano superiore, 1,8 milioni di anni fa).

E’ in quel remoto tempo che i depositi fossiliferi della Toscana (Valdarno) restituiscono l’orso etrusco (Ursus etruscus), specie già ben ascrivibile al gruppo degli orsi bruni, da cui sarebbero poi derivate le altre due forme che caratterizzano il periodo glaciale italiano: l’orso di Deninger (Ursus deningeri) e quello delle caverne o speleo (Ursus spelaeus). Il primo è il più antico, tipico delle faune del periodo Galeriano (che iniziò 1,1 milioni di anni fa), ma l’arrivo di un periodo interglaciale con clima sempre più caldo ne determinarono la scomparsa. Questa avvenne gradualmente con l’evoluzione di forme che si stavano assuefacendo a condizioni ambientali nuove, come U. spelaeus deningeroides, ormai vicine all’orso delle caverne, tipico del successivo periodo Aureliano (118.000 anni fa). Lo spelaeus ed il deningeri sono considerati da molti in stretto rapporto filetico, ritenendoli una “cronospecie” ossia variazioni nel tempo di una medesima specie in rapporto a cambiamenti climatici e ad abitudini alimentari. Più carnivoro il deningeri che lasciò il posto in una fase interglaciale più calda a spelaeus, a dieta erbivora prevalente, come fanno sospettare le differenze di dentatura tra i due:spelaeus ha due-tre paia di premolari in meno, con la conseguente formazione di un ampio spazio (diastema) dietro i canini, tratto tipico dei mammiferi erbivori.
Per lo speleo, l’ora dell’estinzione scoccò, secondo i dati più recenti di datazione, intorno a 25.000 anni fa, in uno dei momenti più freddi dell’ultimo periodo glaciale. L’inasprimento del clima determinò allora una minor presenza di vegetali edibili e di buona qualità energetica ed allo stesso tempo un aumento del periodo di ibernazione. Nelle grotte gli orsi morivano durante il letargo perché non avevano accumulato sufficienti riserve di grasso ma anche per la predazione di lupi, iene e leoni delle caverne e perché no dell’uomo che competeva anche per il possesso delle caverne di cui lo speleo necessitava. Non ultima concausa la rarefazione della sua popolazione, con la riduzione delle capacità riproduttive e l’arrivo della specie attuale.

Lo speleo è stato il più grande orso conosciuto, con esemplari che arrivavano ad un peso stimato di una tonnellata ed un’altezza di 2,5 m, quando si rizzavano sulle zampe posteriori. Fu descritto come specie nuova da Johann C. Rosenmüller, anatomico dell’università di Lipsia che nel 1794 lo chiamò spelaeus, poiché i suoi resti si ritrovavano sempre in grotte. In Italia il sito più famoso di ritrovamento è la caverna Pocala (Duino Aurisina, Trieste) che nelle varie campagne di scavo restituì 294 esemplari e non meno di 64 crani interi.
Si avvicina l’alba dell’Olocene
Le faune del Quaternario antico si andavano progressivamente estinguendo ed un nuovo insieme di specie prendeva il posto che fu dello speleo, della iena maculata, del rinoceronte lanoso, della pantera o del leone delle caverne (uno degli ultimi a scomparire). Tra questi nuovi arrivi, in gran parte originari delle alte latitudini dell’Asia, una nuova specie di orso comparve al di qua delle Alpi: l’attuale orso bruno (Ursus arctos). Apparteneva alla stessa radice filetica dei suoi predecessori, senza avere tuttavia un legame diretto con le loro popolazioni italiche. Era figlio dei nuovi assetti climatici, della mutata vegetazione, del complesso biogeografico che stava seguendo la coda delle successioni glaciali e la fine del Pleistocene (11.700 anni fa), entrando così nell’attuale periodo Olocenico, spesso indicato come Antropocene per le responsabilità della nostra specie nel declino delle qualità ecologiche del pianeta Terra.
Nel nostro Paese l’orso bruno è stato presente sull’intera catena alpina ed appenninica, forse fino alla Puglia, con un popolamento omogeneo; le millenarie persecuzioni che lo decimarono hanno portato all’attuale situazione di due distinte popolazioni non più in contatto fra di loro. Una in Trentino, residuale del popolamento alpino, che contava a fine ‘900 non più di una decina di individui appartenenti alla forma tipica del resto d’Europa (Ursus arctos arctos). L’altra popolazione è quella dell’orso bruno marsicano (U. arctos marsicanus), riconosciuta come entità a sé da G. Altobello nel 1921, il cui ultimo nucleo è presente nel Parco Nazionale d’Abruzzo che lo ha adottato come stemma, nonché sulla Maiella dove sono stati dislocati alcuni esemplari. Con ogni probabilità il marsicano è il risultato di un processo di differenziamento sottospecifico peripatrico, che avviene quando un ristretto numero di individui si isola geograficamente rispetto all’areale della specie di origine; fatto avvenuto probabilmente 400-600 anni fa. La sua localizzazione è di fatto ai margini meridionali della distribuzione europea dell’orso bruno. Di taglia più piccola rispetto alla forma alpina ed europea, ha una popolazione valutata intorno ai 60 individui, stabile da diverse decine d’anni, segno purtroppo di uno stato di conservazione problematico, sufficiente a mantenerne la consistenza ma non lo sviluppo numerico.

La popolazione delle Alpi è in un momento di ripresa grazie a programmi di reintroduzione comunitari messi in atto nel periodo 1999-2002. La popolazione è oggi in costante crescita, con oltre un centinaio di individui stimati. Inoltre si segnala la naturale espansione nelle Alpi Trentine, Giulie e nell’Adamello-Brenta di orsi dinarico-balcanici.
I piani montani ricoperti da fitte foreste, in un continuum paesaggistico esteso sia alle Alpi che agli Appennini, erano il suo habitat preferito del quale era un componente ecologico essenziale. Un elemento faunistico iconico ma anche una preda ambita con cui misurarsi. Una storia vecchia che aveva coinvolto anche gli ultimi esemplari di speleo e non si era mai interrotta, a partire dal Paleolitico. Furono già i neandertaliani e poi i sapiens cacciatori raccoglitori che, non ancora occupati in domesticazioni, allevamenti ed agricoltura, sopravvivevano a carico di ciò che la natura poteva offrire loro.
L’uomo, le cacce, la protezione arrivata troppo tardi: così rischiammo di perderlo.
Alcune incisioni rupestri dell’alta Garonna (Francia) fanno ritenere che l’orso rivestisse già un ruolo determinante nella vita e nel culto dell’uomo paleolitico. Antiche scritte runiche della Finlandia fanno supporre che gli orsi fossero adorati come divinità dalle antiche civiltà nordiche e non dissimili sono le credenze di popoli della Siberia settentrionale e di quelli di stirpe giapponese Ainu, ancora nel 18° secolo.
Purtroppo a centinaia venivano uccisi nella Roma imperiale in combattimenti con gladiatori, cani o leoni. Come dono di sudditanza e fedeltà, erano graditi ai nobili e secondo cronache ottocentesche, il duca di Modena ricevette forse gli ultimi esemplari catturati sul monte Orsaro (Appennino tosco-emiliano).
Le prime notizie di caccia all’orso ci provengono per il Medio Evo da un prezioso testo francese del 1388 scritto da Gaston III conte di Foix. All’epoca le cacce erano un privilegio dei nobili, esercitate nei loro possedimenti feudali. L’orso si cacciava in battuta con l’uso di cani mastini incrociati con alani ed altre razze da seguito. Una volta fermato dai cani ed accerchiato dai battitori armati di balestra, interveniva il cavaliere che lo abbatteva con un lungo spiedo ma non con la spada, così da tenersi a distanza. Nel testo si narra anche di una villaine chasse, ovvero quella non nobile con trappole a scatto, fatta da bracconieri e popolani, per la vendita della carne e della preziosa pelliccia.
Notizie documentali precise esistono per la Toscana (Garfagnana e valli pistoiesi). Relativamente alla Garfagnana, si parla della caccia all’orso in quella valle nel XVI secolo; egualmente alcuni bandi lucchesi del Trecento testimoniano che carne d’orso venisse abitualmente venduta nelle macellerie. Per Sambuca pistoiese abbiamo dei rimandi allo Statuto del 1291, circa la sua presenza.

Con l’avvento delle armi da fuoco, le cacce si moltiplicarono, ed è lungo l’800 ed il ‘900 che la situazione delle popolazioni di orso subirono l’ultimo tracollo, con innumerevoli episodi di estinzione locale. Come dire che attraverso i secoli l’orso non ebbe mai vita facile. Infatti il prof. Cornalia, presentando l’orso bruno nel suo report sui Mammiferi italiani (1873), così si esprime: “La caccia che si fa incessante non gli permette di diventar vecchio, e di rado prendonsi individui nel massimo del loro sviluppo…In Italia vien raro ogni giorno di più…Col distruggersi dei boschi e con le taglie che pesano sul suo capo, a poco a poco va scomparendo ovunque”. Previsione non certo errata!
Nelle Alpi centrali l’ultimo abbattimento certo risale al 1967, in Alto Adige al 1930, al 1896 sul Monte Baldo in Trentino, sulle Retiche al 1930, sulle Dolomiti al 1906…
Quando il concetto di conservazione era ben lungi da esistere, la sua cattura era un benvenuto mezzo per eliminare un “predatore” od una presenza non gradita in un territorio. Gli abbattimenti dell’ultimo dopoguerra non erano atti di insensato bracconaggio, ma episodi di caccia che non contravvenivano alcuna legge, tanto da essere registrati dagli uffici caccia provinciali del periodo.
Solo con la Convenzione internazionale di Berna del 19.09.1979 per la“conservazione della vita selvatica e dell’ambiente naturale in Europa”, tutti gliUrsidae vengono dichiarati “rigorosamente protetti”. Tuttavia solo con la Direttiva comunitaria Habitat (1992/43/ CEE) e la conseguente Legge Nazionale 11.02.1992/157 si raggiungerà per l’orso bruno alpino e marsicano un effettivo divieto di caccia nel nostro Paese.
Fine dei problemi? Non proprio!
Non è stata tuttavia la fine di una guerra. Pochi anni sono passati da quando una ripresa numerica frutto di reintroduzioni e di naturali arrivi da popolazioni slovene, ha invertito una tendenza che avrebbe portato all’estinzione dell’orso sulle Alpi, ma siamo di nuovo alla richiesta di abbattimenti e di ripensamenti sulla opportunità della sua presenza. Su montagne stagionalmente invase dal turismo invernale ed estivo, la convivenza con questo magnifico animale, fortemente voluto e vivaddio cresciuto numericamente, va fin troppo facilmente in crisi. Ataviche paure, insofferenze largamente sbandierate, ne sono il malaugurato epilogo, facendo capire quanto la convivenza con l’orso sia ancora lontana nella mente di molti. Non lo aggrediamo più con trappole o fucili ma con una presenza becera e priva di rispetto verso chi c’era ben prima di noi. Quello che ci aspetta è un lungo percorso che ci porti ad una reale coscienza ecologica ed educazione ambientale: saranno le uniche armi che potranno portare pace tra noi ed i grandi carnivori della nostra fauna.
Crediti
Autore: N. Emilio Baldaccini. Già Professore Ordinario di Etologia e di Conservazione delle risorse Zoocenotiche dell’Università di Pisa. Autore di oltre 300 memorie scientifiche su riviste internazionali e nazionali. Svolge attività di divulgazione scientifica. E’ coautore di testi universitari di Etologia, Zoologia Generale e Sistematica, Anatomia Comparata.
Un commento su “La lunga storia dell’orso in Italia”