Dicembre, il mese più buio e quieto dell’anno. L’inverno occupa le sue ultime giornate in silenzio, custodendo i semi dei tanti frutti estivi e autunnali, in attesa che la luce possa farli germogliare piano, ridonando loro mille vite.
Giuseppe Ungaretti scrive: “Come un seme anche la mia anima ha bisogno del dissodamento nascosto di questa stagione”. Sono i semi i protagonisti di questo mese in cui, ormai, i frutti sono rari e non sempre commestibili. Spesso i frutti della stessa pianta possono essere consumati solo da alcune specie e non da altre. Per cominciare esaminiamo le bacche del Pungitopo (Ruscus aculeatus), della famiglia delle Asparagaceae: esse sono mangiate dagli uccelli, per i quali sono una preziosa fonte di energia in questi mesi freddi. Le stesse bacche, invece, sono tossiche per l’uomo e per altri mammiferi a causa del loro contenuto di saponine, che possono causare sintomi come vomito e diarrea.

Il Pungitopo è un piccolo arbusto sempreverde perenne, dotato di un robusto fusto sotterraneo, il rizoma, che ogni anno emette radici e fusti avventizi alti da 20 a 90 cm che lignificano l’anno successivo.
Le foglie vere sono estremamente piccole e caduche, ridotte a squame biancastre, inserite sul fusto aereo; la loro funzione è svolta da particolari, piccoli rami appiattiti che prendono il nome di cladodi, muniti di una minuta ma penetrante spina nella parte apicale. I fiori, poco appariscenti, difficilmente visibili, unisessuali si trovano su individui diversi (specie dioica), isolati o in piccoli gruppi; non hanno peduncolo e si formano sulla pagina inferiore dei cladodi. Nell’inverno successivo, diventeranno bacche globose, di colore rosso vivo, che permarranno sulla pianta per 2-3 mesi dopo la loro maturazione.
Troviamo il Pungitopo nelle zone calde e soleggiate su terreni calcarei, in luoghi aridi e sassosi, nei boschi, soprattutto nelle leccete e nei querceti. È sensibile al freddo intenso, per cui solo nelle aree meridionali lo si può trovare oltre i 1.200 metri; nel resto d’Italia difficilmente vegeta sopra i 600.
Il nome volgare di Pungitopo deriva dall’usanza contadina di proteggere dai topi, con mazzetti di questa pianta, i generi alimentari conservati in cantina o in dispensa.
Attualmente il Pungitopo viene anche coltivato come pianta ornamentale e rappresenta un prodotto di grande importanza per la floricoltura.

Anche i frutti dell’Agrifoglio (Ilex aquifolium), della famiglia delle Aquifoliaceae, sono tossici per l’uomo, i cani e i cavalli, mentre molte specie di uccelli e di piccoli mammiferi ne mangiano le drupe senza problemi.
Incontriamo l’Agrifoglio molto spesso come arbusto sempreverde ma, nonostante la sua crescita lenta, può raggiungere i 300 anni, diventando un albero dal tronco dritto, che può arrivare ad un’altezza di oltre 10 metri e un diametro di 50 cm. Le foglie lucide, di colore verde scuro, sono persistenti; durano mediamente 2 o 3 anni e sono caratterizzate da uno sviluppato poliformismo: le foglie dei rami inferiori hanno lamina ovale e ondulata con margine dentato spinoso (6-8 spine per lato), mentre quelle dei rami superiori e dei polloni hanno lamina intera e acuminata all’apice. La spinescenza rappresenta una difesa naturale della specie contro il pascolamento; pertanto essa è presente soprattutto nei rami più bassi, mentre le foglie alte sono in genere a margine liscio.
È pianta dioica: i fiori femminili hanno involucro doppio e sono riuniti in gruppetti di 2-3 all’ascella delle foglie dell’anno precedente, la corolla presenta 4 petali bianchi orlati di rosso. I fiori maschili hanno 4 stami, quelli femminili un pistillo con ovario supero sormontato da 4 stimmi quasi sessili. Sulle piante femminili, dai fiori fecondati prevalentemente dalle api, nascono drupe globose, di colore rosso vivo, contenenti 3-5 nòccioli (pireni) ossei, che vengono disseminati soprattutto dai merli e dai tordi. Le drupe di colore rosse vivo, in netto contrasto con il fogliame verde, costituiscono un chiaro adattamento alla dispersione per opera degli uccelli.
Questa specie vegeta nelle faggete, nelle abetaie e nei querco-carpineti, solitamente nello strato arbustivo, mentre all’aperto assume in genere portamento arboreo. Predilige media luce, suoli ben drenati, ricchi di nutrienti, spesso decalcificati e acidificati, umidi, ad un’altitudine compresa tra 0 e 1400 m.
L’Agrifoglio in Italia è presente in tutte le regioni; ormai raro allo stato spontaneo, è diventato la pianta tipica del Natale, per questo ampiamente coltivata come ornamentale.

È indubbiamente il Prugnolo (Prunus spinosa) della famiglia delle Rosaceae la specie che rappresenta una fonte di cibo importante, specialmente in una stagione come questa, per molti animali, tra cui uccelli e mammiferi come lepri e volpi. I frutti di questa specie, le prugnole, possono essere consumati, al contrario delle specie di cui abbiamo detto finora, anche dagli esseri umani. Certamente hanno rappresentato una fonte di energia e vitamine per i nostri progenitori raccoglitori, mentre attualmente le prugnole vengono utilizzate per preparare marmellate, sciroppi, liquori, acquaviti e gelatine.
Il Prugnolo è un arbusto cespuglioso che occasionalmente assume dimensioni di alberello. È perenne, caducifoglio con chioma assai rada e irregolare, molto spinoso. Questa specie, alta fino a 3 metri, tende a formare moltissimi germogli capaci di radicare, che ne facilitano la moltiplicazione vegetativa. Le foglie, che compaiono dopo i fiori, sono alterne, lanceolate con la pagina superiore di color verde scuro e quella inferiore più chiara e pubescente. I fiori compaiono tra febbraio e aprile, sono ermafroditi, solitari ma ravvicinati, hanno un corto peduncolo; la corolla è formata da 5 petali bianchi di forma leggermente ovale. I frutti sono drupe sferiche di colore blu-nerastro o viola-azzurre dal diametro di 10 -15 mm, pruinose a maturità; inizialmente molto aspre ed allappanti, diventano più gradevoli dopo la maturazione che di solito avviene con i primi geli.
Specie originaria dell’Europa e del Caucaso è una pianta amante del sole, pioniera, che si insedia nei terreni abbandonati sino a 1.600 metri. Rustica, si adatta a terreni poveri e sassosi, cresce comunemente al limitare dei boschi cedui e nei cespuglieti, lungo le scarpate nei terreni incolti e soleggiati, dove grazie alla facilità con cui radica, forma macchie spinose così impenetrabili da fornire protezione alle altre piante e agli uccelli, che trovano un rifugio ideale per nidificare.

Quando pensiamo ad un uccello che mangia un frutto, difficilmente riusciamo a immaginare le modalità con cui questo possa avvenire e come le diverse modalità di alimentazione possano influire sulla capacità di diffusione della pianta. Nella maggior parte dei casi li osserviamo mentre beccano la polpa o ne ingoiano i frutticini, ma nel caso del Vischio (Viscum album), della famiglia delle Santalaceae, possiamo notare diversi approcci alle sue bacche candide. I Tordi, i Beccofrusoni, le Cesene, i Merli e le Tordele si nutrono della polpa appiccicosa e rilasciano i semi intatti attraverso le feci, permettendo così la diffusione della pianta. La Tordela, in particolare, è talmente affezionata alle bacche del Vischio da avere come nome latino di Turdus viscivorus (letteralmente “Tordo che mangia il vischio”!).
I Picchi muratori, le Cinciarelle e le Cince more, invece, frantumano il seme per cibarsi dell’embrione, impedendone così la germinazione.
Le Capinere, infine, mangiano solo la polpa esterna ma non il seme, che resta vicino alla pianta madre e può germogliare solo se cade.
Ma di come sia fatto il Vischio, di come questa bellissima pianta si approfitti dei suoi ospiti, del motivo per cui è augurabile baciarci sotto i suoi rami per cominciare bene il prossimo anno, preferisco ne leggiate nel bellissimo articolo di Maria Beatrice Lupi. (Mariandonia, per favore metti il link all’articolo)
Crediti
Autrice: Anna Lacci è divulgatrice scientifica ed esperta di educazione all’ambiente e alla sostenibilità e di didattica del territorio. E’ autrice di documentari e volumi naturalistici, di quaderni e sussidi di didattica interdisciplinare, di materiali divulgativi multimediali.